Il premier designato al Colle per oltre un'ora: "Domani inizieranno le mie consultazioni". Poi annuncia la tabella di marcia: "a febbraio riforme elettorale e costituzionale, poi da marzo lavoro e fisco". La fiducia in parlamento attesa tra venerdì e sabato
E’ arrivato in anticipo, per non farsi smentire. Ore 10,20. Matteo Renzi entra al Quirinale per ricevere l’incarico da Giorgio Napolitano, guidando una Giulietta bianca. «Incarico con riserva», è la formula, ed è «differente dal pre-incarico più provvisorio che fu dato a Bersani», nota il costituzionalista Stefano Ceccanti. Ora «ci vorrà qualche giorno», come dice la deputata renziana Maria Elena Boschi, ma poi, ancora una volta di fretta, nascerà il Renzi1, e la staffetta sarà compiuta.«Ci prendiamo il tempo necessario», conferma Renzi, che poi dal Quirinale riferisce di un «orizzonte di legislatura». Con Napolitano, dice Renzi, «immaginiamo un allungamento del percorso», fino «all’orizzonte naturale costituzionale», insomma, fino al 2018. Renzi quindi, dopo rapidi adempimenti a Firenze, da domani avvierà le consultazioni, che si dovrebbero svolgere privatamente nella sala gialla della Camera, quella dello streaming tra Bersani e 5 stelle. «Metterò tutto l’impegno e l’energia di cui sono e saremo capaci» prosegue il presidente incaricato. E detta l’agenda di quello che farà il suo governo, mese per mese. Entro il mese di febbraio si dovrà portare a termine «il lavoro urgente sulle riforme elettorali e costituzionali». A marzo ci si occupa del «lavoro», risponverando il JobsAct. Ad aprile della «pubblica amministrazione». A maggio del «fisco»
Questi i propositi. Il segretario che va di corsa, però, deve anche saltare qualche ostacolo, ed evidentemente più impegnativo della minoranza interna, di Stefano Fassina o Gianni Cuperlo, ormai compatta nel sostenere la sua gara. C’è Angelino Alfano che ha alzato la posta, nelle ultime ore, dicendo «nulla è scontato», chiudendo rispetto a eventuali «spostamenti a sinistra». Renzi lo incontrerà una volta ricevuto l'incarico, per essere «più forte». Da Forza Italia suggeriscono di non prenderlo troppo sul serio, che si tratta «piuttosto di un modo per alzare il prezzo sui sottosegretari, sulle poltrone da chiedere», come dice il senatore Altero Matteoli. Il renziano Dario Nardella, raccoglie l’invito: «La realtà è che Alfano parla di programmi ma pensa solo alle poltrone. Siamo ai vecchi vizi della politica italiana». Quelle tra Ncd e Forza Italia sono però ore di conflitto: Alfano ha parlato di un Silvio Berlusconi «circondato da troppi inutili idioti» (siccome Berlusconi aveva parlato di lui come dell’«utile idiota della sinistra») e i falchi del Cavaliere non l’hanno presa benissimo.
Maurizio Lupi oggi su Repubblica, intanto, propone una via d’uscita per il governo: «un foglio Excel, come dice Renzi», spiega a Francesco Bei, su Repubblica. Per far funzionare questo governo meglio di come non abbia funzionato quello di Letta, serve «un comitato che lavori sul programma». E’ un modo per chiudere rispetto allo scenario delle maggioranze variabili, evocato nel week end da fonti democratiche, una procedura alla tedesca, per cui «ci vorrà il tempo necessario. In Germania ci hanno messo due mesi». Ma che per Lupi funzionerà.
La procedura andrebbe in contro a quello che è l’altro ostacolo, anche se più basso, che Renzi si trova ad affrontare: Giuseppe Civati e i senatori dissidenti. L’idea di non votare la fiducia è parzialmente rientrata, ma i toni restano alti. Civati da tempo propone di fare «come in Germania», ma vorrebbe farlo «senza Alfano». Meglio con Vendola e qualche 5 stelle, «altrimenti Matteo rischia di farlo senza dieci di noi». Ma Dario Nardella risponde anche a lui: «Trovo strumentali alcune posizioni. Mi aspetto da Civati, almeno stavolta, un gesto di responsabilita». La senatrice Lucrezia Ricchiuti, però, dissidente come Civati, su Facebook si interroga: «Perché dobbiamo fare un governo con il centrodestra?». Forse perché ne hanno già fatti due, quello Monti e quello Letta? «Ma io sono di centrosinistra, non di centrodestra», replica Ricchiuti, all’Espresso. E poi spiega che alla fine la fiducia la voteranno: «altrimenti dovremmo uscire dal Pd». La loro è quindi una battaglia politica: «perché Renzi non ha mai cercato maggioranze alternative a quella con Alfano».
«Un piccolo memento», arriva poi a Renzi dal civatiano Paolo Cosseddu, uno dei 16 no nel voto della direzione del partito. «Nessuno ne parla più e leggo elenchi chilometrici», scrive Cosseddu linkando poi un vecchio post di Renzi in cui prometteva «solo dieci ministri, di cui cinque donne». Aveva detto anche #Enricostaisereno, la contraddizione sarebbe minore.
Comunque le difficoltà di Renzi sono sintetizzate oggi dal politologo Piero Ignazi, ancora su Repubblica. «Renzi è arrivato al governo senza essere passato dall’esperienza consiliare o parlamentare», scrive. «Questo particolarissimo percorso non ha eguali nelle democrazie europee. Nei pochissimi casi in cui la premiership è stata affidata a chi non aveva cariche parlamentari si trattava di personalità che esibivano una lunga e prestigiosa carriera in altri cambi»: tipo Ciampi. «Ora tra le tante anomalie italiane annovereremo anche questa», registra Ignazi, che però è pronto a stupirsi: «magari sarà un’anomalia virtuosa». Fatto sta che per ora Renzi deve compiere uno sforzo epico: «far dimenticare che il nuovo governo si poggia sulla stessa maggioranza di quello guidato di Enrico Letta». E dunque su Alfano e sul «potere di veto» di quei partitini che proprio la legge elettorale immaginata da Renzi e Berlusconi vorrebbe eliminare. Legge che, non a caso, rientra tra le condizioni di Alfano.
«Rispetteremo l’accordo», dice ancora Lupi. Ma vogliono «le preferenze» e soglie di sbarramento più basse, per le liste e per le coalizioni, nel caso con Berlusconi i rapporti dovessero restare così tesi.
Fonte;L'Espresso.it
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