Abbiamo visitato il centro di
identificazione ed espulsione di Roma. Dove per protesta sulle
condizioni di detenzione nelle ultime ore una decina di persone si è
cucita la bocca. "Sono mesi che siamo qui e non sappiamo nulla del
nostro futuro"
Uno dei reclusi con la bocca cucita
“Qui è peggio del carcere.
Scrivilo questo. Scrivilo”. Ventenne, magrebino, magro di corporatura.
Le sue parole sono concitate. Gli occhi rabbiosi. Non è il solo ad
avvicinarsi. In molti manifestano il desiderio di relazionarsi con
l’esterno per denunciare la realtà che vivono. “E’ una vergogna, siamo
rinchiusi in un lager e trattati come bestie”, dice un altro mostrandoci
una stanza diroccata. I muri anneriti lasciano ancora tracce della
protesta di febbraio scorso, quando scoppiò una vera e propria rivolta:
molte camerate, come gesto di protesta, furono incendiate. Alla fine le
forze dell’ordine intervennero per sedare il tumulto e arrestarono 15
persone.
Benvenuti nel Centro d’Identificazione ed Espulsione (Cie) di Ponte
Galeria di Roma. Chi scrive l’ha ispezionato recentemente spacciandosi
per assistente di una parlamentare. Per i giornalisti è infatti
difficile ottenere il permesso per una visita. Come per le carceri:
meglio non raccontare e far sapere pubblicamente la disumanità di tali
luoghi.
Siamo a Parco
Leonardo, all’estrema periferia della Capitale. Intorno il deserto.
Vicino ad una caserma dei carabinieri sorge il Cie, uno dei 13 centri
presenti sul territorio italiano. Può ospitare fino a 180 persone, è
diviso in due bracci: femminile e maschile. La detenzione per i migranti
può arrivare ad un massimo di 180 giorni, la media è 4-5 mesi. Al
momento nel Cie sono rinchiusi 69 uomini e 36 donne.
L’ispezione inizia proprio dal braccio femminile. A guidare la visita
una rappresentante della prefettura e alcuni operatori della Auxilium,
la cooperativa che ha vinto l’appalto per la gestione del centro. Si
supera una porta, poi un cancello. Poi ancora una seconda porta. Evadere
è molto difficile: 13 militari e 15 uomini della questura si
preoccupano di vigilanza e controllo. Ogni braccio è diviso in moduli ed
ogni modulo composto da due stanze comunicanti e un bagno. La
composizione delle camere è in base al criterio etnico, per evitare
violenze e scontri tra loro. Le condizioni igieniche sono precarie pur
non esistendo – come per le carceri – il problema del sovraffollamento.
Alle 22 di sera si spongono le luci nella struttura: si impone di andare
a dormire. Oltre alle stanze, ogni modulo, ha uno spazio esterno
perimetrato da un alto cancello con spuntoni e filo spinato. Di fatto,
una gabbia a cielo aperto. Le donne – quasi tutte provenienti
dall’Africa Nera – passano il tempo davanti la televisione e a letto.
Con loro non possono avere né forbicine né altri materiali pericolosi o
contundenti. “Per paura che compiano gesti di autolesionismo” spiega un
mediatore culturale, sette in totale nella struttura. Presente anche una
psicologa.
Nel braccio femminile si può usufruire di visite specialistiche – sotto
richiesta - ed esistono attività gestite da differenti associazioni e
cooperative esterne. La Bee Free si occupa di intraprendere un percorso
di genere con le recluse, il Centro Astalli lavora sulle richiedenti
asilo, la comunità di Sant’Egidio e la Usmi, suore, danno conforto
spirituale. “Possiamo chiudere qui la visita, se volete. Il braccio
maschile è come quello femminile”, ci viene detto. Rifiutiamo e
continuiamo la nostra ispezione.
E se la sezione donne aveva lasciato qualche perplessità, quella
maschile lascia esterrefatti. Un carcere. Sporcizia ovunque. Stanze e
bagni distrutti. Materassi a terra. Lenzuola di carta. Appena
intravedono il bloc notes e la penna, si avvicinano. Gridano il loro
malcontento. Chiedono di uscire.
Quasi l’80 per cento proviene dalle carceri dove ha già scontato la pena
per il reato commesso. “Dopo la galera – sbraita un altro magrebino (la
netta maggioranza) in perfetto italiano – ero convinto di godermi la
libertà e invece sono finito nuovamente in cella. Sono tre mesi che sono
qui e non so niente del mio futuro”. Abbandonati a se stessi.
Nell’aria si respira un clima di immensa insofferenza. Intere giornate
di reclusione senza nessuna attività di carattere culturale o
socio-lavorativa. La loro rabbia si manifesta con gesti autolesionistici
(come il caso attuale delle dieci bocche cucite) e sugli oggetti.
“Fatichiamo a gestirli e a coinvolgerli in qualsiasi impegno” spiega una
responsabile della cooperativa Auxilium, costretta ad ammettere la
differenza tra i due bracci: “Le donne sono coinvolte in progetti, con
gli uomini non ci riusciamo. Anche l’ora di sport diventa un momento per
risse e tensioni”. Per sedare gli animi, e non solo, c’è una grande
diffusione di psicofarmaci all’interno della struttura. Qualcuno è
tossicodipendente. Altri si avvicinano dicendo di essere richiedenti
asilo. Vogliono sapere, ignari di tutto, a che punto sia la propria
pratica. Vicino ai moduli una piccola cappella e una moschea per
pregare. Molto affollata.
“Non ci rimane che pregare in Dio e sperare” sussurra un latinamericano
sull’uscio della chiesetta. Intanto un nigeriano ci invita a far vedere
la perdita d’acqua e l’enorme macchia di muffa che rende l’aria
irrespirabile nella sua stanza. “Fate qualcosa per noi” le ultime parole
ascoltate prima che la porta si chiuda dietro di noi. Sboom. Ispezione
terminata. Alla fine si discute di introdurre l’identificazione
direttamente in carcere ma forse il problema è più complesso e riguarda
la natura stessa dei centri. “E’ l’Inferno, vogliamo la libertà”, ci
dicevano. Benvenuti nel Cie di Ponte Galeria.
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