Viaggio nel palazzo di Roma
dove vivono oltre mille rifugiati. Nel degrado, senza diritti e
dimenticati dallo Stato
Lo scantinato umido, con le
pareti scrostate e la puzza di urina, ospita cento persone. Stipate una
accanto all’altra. I materassi stesi a terra, impregnati dell’acqua che
gocciola dalle tubature. Tra tutti gli stanzoni trasformati in dormitori
all’interno del palazzo Salaam, il sotterraneo è il più invivibile. Un
tempo questa struttura a nove piani di vetro e cemento era la sede della
seconda università romana di Tor Vergata. Dal 2006 è la casa della
pace. Dove convivono, però, i sopravvissuti di una guerra. Quella di
Lampedusa: 1.250 persone, tra rifugiati politici e richiedenti asilo.
Sono eritrei, somali, etiopi e sudanesi. Tra di loro una cinquantina di
bambini.
«Ci sentiamo
dei sopravvissuti», ci racconta Tolndne, cinquantenne
eritreo da sei anni intrappolato nella periferia della capitale. Le
immagini degli oltre 200 morti di Lampedusa hanno sconvolto gli abitanti
del palazzo. «Li abbiamo ricordati con una fiaccolata. Potevamo essere
noi le vittime». In tanti qui aspettano notizie dall’isola. L’unica
mediatrice culturale, fino a qualche mese fa inquilina del Salaam, teme
per suo cognato. Piange perché di lui ha perso ogni traccia, potrebbe
essere una vittima del naufragio. I sopravvissuti del palazzo dei
rifugiati aspettano con ansia notizie, particolari. Un dramma che si
aggiunge alla disperazione quotidiana del vivere senza diritti in una
città straniera.
Il palazzo di Tor Vergata è pieno. In otto anni la popolazione è
cresciuta di cinque volte. E il caos regnerebbe sovrano se un gruppo di
loro, i più anziani, i più responsabili, non si fosse organizzato in un
comitato di controllo, composto da due rifugiati per ogni etnia.
Registrano le entrate, offrono assistenza e coordinano le attività con
l’associazione Cittadini del mondo, l’unica che lavora nel palazzo.
Nella capitale non è il solo esempio di accoglienza autogestita. A
qualche chilometro di distanza, sulla via Collatina, una struttura
simile accoglie un migliaio di invisibili.
Un tempo era la sede dell'università di Tor Vergata. Ora è
un residence poer disperati. Dove centinaia di persone vivono da anni
nel degrado, senza diritti e dimenticati dallo Stato che aveva promesso
di accoglierli(video di Luca Ferrari)
Nei
palazzi occupati i migranti vivono alla giornata. C’è Bergette il
calzolaio. Eritreo, rifugiato, ospite da cinque anni al Salaam. Le sue
mani, raccontano alcuni volontari, producono scarpe che sono opere
d’arte. Poi ci sono gli ambulanti. Ogni mattina partono alla guida di
furgoni bianchi carichi di merce per allestire le bancarelle dei mercati
per conto di padroni italiani. E, quando va bene, racimolano 30 euro a
giornata. Altri lavorano, chi con contratto chi senza, per imprese di
facchinaggio. Smistano le merci destinate alle case degli italiani. Al
Salaam marginalità e sfruttamento si mescolano alla volontà di restare a
galla con la sola regola dell’arrangiarsi. Ci sono generazioni
cresciute dentro il palazzo. Coppie che negli otto anni di permanenza
sono diventate famiglie con tre bambini. «Qui sono morti sogni e
speranze», racconta il giovane rifugiato eritreo Tamsgin. Chi sopravvive
agli sbarchi sulle coste siciliane spesso approda al Salaam. «È
assurdo. Dovrebbero vivere in luoghi dove sono presenti presidi sanitari
e frequentare corsi di italiano», osserva Donatella D’Angelo, medico
volontario e responsabile dell’associazione Cittadini del mondo. È
rimasta solo lei a visitare gli inquilini, altri suoi colleghi hanno
mollato dopo un breve periodo.
Al Salaam c’è chi ha ottenuto i documenti di protezione internazionale e
chi aspetta da tempo il riconoscimento. Lontani dal centro, dai
servizi, dalla città. Un non luogo. «Molti di loro restano chiusi nelle
loro stanze, al buio. Non mangiano per giorni e non hanno i soldi per
pagarsi i biglietti dei mezzi pubblici, così accumulano multe su multe»,
racconta ancora D’Angelo. E passano per delinquenti, quando in realtà
sono rifugiati da proteggere: «L’accoglienza è un diritto per chi chiede
protezione internazionale, la carità non basta».
La situazione dei richiedenti asilo è un limbo dove il diritto di
esistere è sospeso. Tanti di loro provano a lasciare l’Italia
ripetutamente per raggiungere il Nord Europa. Tentativi che falliscono
quando le polizie degli altri Stati riconoscono le impronte digitali e
applicano il regolamento Dublino, rispendendoli qui in Italia. Le norme
parlano chiaro: il migrante deve aspettare la risposta della commissione
esaminatrice nel paese dove ha fatto domanda. E così passano i mesi,
gli anni. E il tempo per ricongiungersi alla famiglia, che lo aspetta in
un’altra nazione, si dilata all’infinito. La commissione che valuta le
domande di asilo dovrebbe rispondere per legge entro 30 giorni.
La realtà è però diversa: in Sicilia gli avvocati dei richiedenti
denunciano tempi anche superiori all’anno. C’è una sola commissione per
tutta la Sicilia orientale, quella di Siracusa. Ingolfata dopo la
chiusura delle sottocommissioni di Mineo e Caltanissetta. Risultato?
Tempi biblici e dispersione sul territorio europeo degli stranieri che
hanno richiesto la protezione. E non è possibile puntare il dito contro
l’eccessivo numero di domande da esaminare. I dati ufficiali del
Consiglio italiano per i rifugiati posizionano l’Italia agli ultimi
posti in Europa per richieste ricevute. Appena 15 mila richieste nel
2012 rispetto alle 28 mila del Belgio, alle 60 mila della Francia e alle
75 mila della Germania. Eppure nonostante l’afflusso limitato, la
macchina burocratica di casa nostra va a rilento. Non sono neppure
sufficienti i punti di accoglienza: il sistema di protezione per
richiedenti asilo e rifugiati (Sprar), costituito dalla rete degli enti
locali che accedono a fondi pubblici del ministero dell’Interno, offre
poche migliaia di posti. Una goccia nell’oceano rispetto ai quasi 80
mila tra rifugiati e richiedenti asilo.
«La follia tutta italiana è far vivere i rifugiati come clandestini», si
scalda Bahar, che fa parte del comitato di controllo del condominio
Salaam: «Negli altri paesi le cose funzionano in maniera diversa, ai
rifugiati è garantita una sistemazione dignitosa». Il racconto di Bahar
trova riscontro in numerose sentenze dei giudici tedeschi che gettano
ombre pesanti sul sistema di accoglienza italiano. «Emergono dubbi
fondati sulla capacità della Repubblica italiana di offrire sufficienti
garanzie a chi chiede protezione internazionale». E non si tratta di
casi isolati. Ma di almeno 40 sentenze di tribunali amministrativi
tedeschi che hanno bloccato il respingimento in Italia degli stranieri.
«Dopo ogni sbarco aumentano i nuovi inquilini», spiega Bahar.
«L’emergenza è sotto gli occhi di tutti, ma nessuno muove un dito»,
denuncia D’Angelo:«Pochi i parlamentari che hanno varcato i cancelli del
palazzo Salaam e solo due volte in otto anni. E prima di Ignazio Marino
nessun sindaco di Roma era mai entrato». I sette piani dell’edificio
ormai straripano di inquilini. E i servizi igienici non sono
sufficienti. «L’80 per cento dei bagni e delle docce non funzionano
nemmeno». Mancano i servizi sanitari minimi: dal centro dermatologico a
un centro psichiatrico per le vittime delle torture. Un purgatorio che
somiglia sempre più a un inferno dal quale i sopravvissuti alle
traversate desiderano fuggire. In salvo dai naufragi, qui muoiono di una
morte lenta.
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