LEGATO,SEDATO E INFINE UCCISO.L'ASSURDA MORTE DI GIUSEPPE CASU PER TRATTAMENTO SANITARIO OBBLIGATORIO
Un uomo è morto dopo sette
giorni di ricovero nel reparto di psichiatria dell'ospedale di Cagliari.
Ora i giudici d'appello hanno confermato l'assoluzione dei medici.
Scrivendo però che si tratta di un "macroscopico caso di malasanità". E
la figlia chiede: "Diventi un esempio". Perché non si ripetano vicende
come questa
La foto non si riferisce a questo caso specifico
Si chiamava Giuseppe Casu.
Faceva l'ambulante. Ed è morto dopo essere rimasto per sette giorni
legato a un letto d'ospedale. I medici che lo hanno tenuto in queste
condizioni sono stati assolti, anche in secondo grado. Ora però i
giudici della corte d'appello di Cagliari hanno chiarito le motivazioni
della sentenza. Di una assoluzione che, dicono, ha molti “ma”. Perché si
tratta, scrivono i magistrati, di un «macroscopico caso di malasanità».
Di una vicenda «dall'evoluzione incredibile» che deve essere
conosciuta. Anche perché non è poi così “anormale” come sembra.
La morte di Giuseppe Casu inizia il 15 giugno del 2006, quando viene
ricoverato contro la sua volontà nel reparto di psichiatria
dell'ospedale Santissima Trinità di Cagliari: un Tso (trattamento
sanitario obbligatorio) attivato d'ufficio di fronte alla sua agitazione
contro le forze dell'ordine a causa dell'ennesima multa per abusivismo.
Arrivato in corsia viene sedato, legato al petto, alle mani e ai piedi,
e portato in una stanza. Quel giorno può vederlo solo la moglie. «Io
l'ho visto dopo», racconta la figlia,
Natascia
: «Era addormentato, faceva fatica a parlare». Le “cure” (il virgolettato è dei giudici) continuano: psicofarmaci,
controlli, visite. Nessun elettrocardiogramma. Nessun colloquio verbale:
il 20 giugno il primario vorrebbe parlare con lui ma non riesce, è
troppo sedato. Nonostante questo stabilisce una diagnosi: disturbo
bipolare maniacale. L'unica patologia riconosciuta negli anni al
venditore ambulante era stata un disturbo di personalità non meglio
identificato e una leggera epilessia giovanile tenuta sotto controllo
dai farmaci. Ma nelle mani dei medici arriva col fiato che puzza d'alcol
(i parenti e il medico di famiglia informano il giorno stesso del fatto
che non era mai stato un alcolizzato - quella mattina sì, aveva una
bottiglia di moscato), e in stato di “evidente agitazione”. Fra i
fratelli poi ci sono persone con disturbi mentali. Così per il dottor
Gianpaolo Turri, la dottoressa Maria Rosaria Cantone e la loro équipe la
diagnosi è fatta. E nonostante i dubbi, senza altri esami clinici,
inseriscono fra i farmaci una sostanza indicata per gli alcolisti a
rischio crisi d'astinenza.
«Mi hanno preso per pazzo, chiamate i carabinieri», dice un giorno
Giuseppe ai parenti in visita. «Non ero mai stata di fronte a uno
psichiatra, non sapevo nemmeno cosa fosse un Tso», racconta Natascia:
«Non avevo pregiudizi, motivi di temere. Mi son fidata dei medici e
basta». Sui farmaci, le costrizioni, i lamenti, lei e i fratelli non
sanno cosa dire. Chiedendo quando sarebbe stato slegato, accettano.
Aspettano. Fino a che il 22 giugno non arriva la notizia: è morto.
La prima autopsia parla di una tromboembolia all'arteria polmonare. Da
questo partono gli avvocati ingaggiati da Natascia, accompagnata da
Francesca Ziccheddu, fondatrice del comitato
"Verità e giustizia per Giuseppe Casu
",
e Gisella Trincas, portavoce di molte associazioni di familiari, per
sostenere l'accusa di omicidio contro i responsabili di reparto: la
costrizione fisica sarebbe stata, per loro, all'origine di
quell'embolia.
Ma qui inizia “l'incredibile evoluzione della vicenda” di cui scrivono i
giudici della corte d'appello di Cagliari. Perché parallelente al
processo che si avvia contro i camici bianchi del servizio di
psichiatria, iniziano le udienze per il primario di anatomopatologia
dello stesso ospedale, Antonio Maccioni, e di un suo tecnico. L'accusa è
di aver occultato parti del cadavere di Giuseppe Casu e di averle
sostituite con quelle di un altro paziente deceduto. I giudici di primo e
di secondo grado confermano: colpevoli, e condannano il primario a tre
anni di carcere. Ma poiché la sentenza non è ancora definitiva, non ha
ancora superato l'ultimo grado della corte di Cassazione, il processo
sulla morte di Casu non può tenere conto degli esiti.
Il dibattimento su cosa (e chi) ha ucciso quindi Giuseppe Casu continua,
tralasciando il fatto che i reperti dell'autopsia siano tutti
potenzialmente scorretti. La tromboembolia diventa difficile da
dimostrare, e i tecnici della difesa convincono i togati che si tratti
di "morte improvvisa", una crisi cardiaca di cui è impossibile tracciare
sicure fasi e origini certe. In mancanza di prove e di un nesso fra
cause ed effetti, i medici responsabili del servizio di psichiatria
vengono assolti, anche in appello. La piazza in cui è stato ucciso giuseppe casu
Così termina la parte che riguarda condanne e assoluzioni. Ma comincia
il resto, inizia «quella morte che sembra non finire mai», come cerca di
spiegare Natascia, che continua a vivere e lavorare a Cagliari, e
mentre aspetta la Cassazione si dice pronta a fare ricorso anche alla
Corte Europea. Perché intorno alla sentenza, e lo si capisce dalle
motivazioni dei giudici, dalle testimonianze, dal racconto della figlia,
emerge come sia stata tolta la dignità, oltre che la vita, a una
persona che era stata ricoverata «per proteggere gli altri e sé stessa
dal male» ed è morta nelle mani di chi la doveva curare. Perché, scrive
il tribunale cagliaritano, una cosa è certa: «se detto ricovero non
fosse mai avvenuto, il Casu sarebbe ancora vivo».
«Il primo addebito di colpa è rappresentato dallo stato di contenzione
fisica adottato per tutto l'arco di tempo», scrive la corte d'appello:
«in contrasto con le più elementari regole di esperienza, che
consigliano di mantenere la contenzione il minor tempo possibile e non
certamente per giorni». «Mentre nel caso di specie», continuano le
motivazioni: «a parte la necessità di applicare la contenzione nel primo
periodo, nel rispetto del trattamento sanitario obbligatorio, essendo
certo lo stato di agitazione psicomotoria, la fascia pettorale fu
rimossa il secondo giorno, mentre quelle impiegate per immobilizzare
polsi e caviglie non furono mai rimosse».
È normale? Esser legati così, senza poter parlare, spiegare, senza poter
intervenire? Quasi. Nella sua testimonianza, resa durante le udienze
del processo di primo grado, Maria Rosaria Cantone, il medico di guardia
il giorno del ricovero: «dichiarò che la pratica della “contenzione
fisica” anche oltre le 48 ore era frequente in quel reparto che
presentava dei problemi legati al sovraffollamento», scrivono i giudici:
«atteso che il numero dei pazienti ricoverati era di gran lunga
eccedente quello massimo stabilito dai regolamenti mentre quello del
personale infermieristico era inferiore a quello necessario». «Eravamo
costantemente sotto organico dal punto di vista del personale
infermieristico», dichiara la dottoressa: «la mancanza di personale per
noi è una costante».
Oltre i lacci, ci sono i farmaci. In dosi normali ma sufficenti ad
addormentare il paziente per giorni: «il Casu non fu mai in condizioni
di potersi esprimere a riguardo», scrivono i giudici discutendo la
scelta di somministrare un farmaco indicato particolarmente per gli
alcolisti in crisi d'astinenza: «perché perennemente sedato o semi
sedato».
«Io mi son sentita ignorante. Mi sono fidata. Non potevo temere. Non
potevo immaginare cosa sarebbe successo», conclude Natascia: «Ora so,
però. E voglio fare di tutto, col
comitato
per la verità su mio padre, le associazioni e un documentario che stiamo
per chiudere, per rendere quello ci è successo un esempio. Per
informare le persone. Perché la gente sappia». Che, se anche «Non ci
sono gli addebiti di colpa, il necessario nesso causale, idoneo ad
integrare il reato di omicidio colposo», come scrivono i giudici, nei
reparti di psichiatria degli ospedali, ancora oggi, a 36 anni dalla
legge Basaglia, può succedere tutto questo. Per "mancanza di personale".
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