Il padrino della Nuova camorra in carcere parla con la nipote di un investimento milionario. E una pista investigativa ipotizza possa trattarsi del Grand Hotel La Sonrisa, la location del fortunato programma di Real Time sui matrimoni da sogno napoletani
Quando lo scorso 10 gennaio è andata in onda la prima puntata del “Boss delle cerimonie” su RealTime, in tempo reale è montata pure la polemica sui social network. A cominciare da chi si è indignato per quella rappresentazione stereotipata dei “matrimoni della tradizione napoletana”, come recitava lo spot della trasmissione poi cambiato in corsa. La produzione ha replicato sottolineando che nel loro format non c’è nulla di inventato. Un Grande Fratello ai fiori d’arancio.
D’altronde, pure “Reality” di Matteo Garrone, il film vincitore del Grand Prix a Cannes nel 2012, cominciava con un fastoso matrimonio girato non a caso a “La Sonrisa”: una scena grottesca e sfarzosa di abiti scintillanti e divi in elicottero. A RealTime, intanto, si fregano le mani per il boom di ascolti: con il 4,4 per cento di share nell’ultima puntata e quasi il 4 di media, “il boss delle cerimonie” è la trasmissione più vista del canale dopo “Back Off Italia”. Numeri che non bastano a chi, anche attraverso interrogazioni parlamentari, ha ricordato il passato giudiziario imbarazzante del protagonista della trasmissione, il boss dei ricevimenti all’ombra del Vesuvio, Antonio Polese. Tra indagini per commercio di alimenti adulterati e abusi edilizi, fino ai rapporti con la Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo. Insomma, non proprio un esempio da esportare.
Polese, coinvolto nel maxiblitz contro la Nuova camorra organizzata del
1983, fu processato perché ritenuto, insieme ad altri tre soci,
implicato nella compravendita del Palazzo del Principe di Ottaviano, il
famigerato Castello di Cutolo confiscato nel 1991 dallo Stato, dove don
Raffaè teneva i suoi summit. A gestire l’operazione era stata la
Immobiliare Il Castello, di cui oggi risulta amministratore unico Adolfo
Greco, imprenditore che, dopo il maxiprocesso, fu pure coinvolto
nell’affaire Cirillo (l’ex assessore regionale della Dc rapito nel 1981
dalla Brigate Rosse, ndr): aveva accompagnato nel carcere di
Ascoli il funzionario del Sisde Giorgio Criscuolo, per le trattative
intavolate con il boss per il rilascio del politico campano. Un altro
socio era Agostino Abagnale, nipote di Alfonso Rosanova, ritenuto il
cassiere e il riciclatore di Cutolo: era il ras di Sant’Antonio Abate,
proprio il comune dove sorge “La Sonrisa”.
Gli atti finiscono nel corposo fascicolo su cui si fonda la richiesta di arresto per Luigi Cesaro, Giggino ’a Purpetta, il deputato amico di Berlusconi che in quei giorni è presidente della Provincia di Napoli. Un’istanza da due anni ancora nelle mani di un gip del Tribunale di Napoli.
Quel giorno, nel carcere di Voghera, il dialogo non si limita, tuttavia, al solo nome di Cesaro: «Io vorrei uscire un paio di mesi per mettere a posto a te e a Raffaele. E anche a Mauro, per l’amor di Dio!», è lo sfogo del padrino, che mai come in quel momento appare come un animale ferito rinchiuso in una gabbia. «Potrei fare mille e mille cose. Vedi, c’è una località dove comprammo un vecchio rudere spagnolo, 700 milioni no?… Adesso vale sessanta miliardi (di lire, ndr). Eravamo quattro soci, no… Tre stanno lì… Dove fanno il festival della canzone…», aggiunge. «A Sanremo?», chiede la nipote a don Raffaè. Cutolo fa cenno di no con il capo, poi pronuncia una parola impercettibile.
Quale è l’investimento del grande capo camorrista sfuggito alle confische? Un’ipotesi investigativa porta dritto al Grand Hotel La Sonrisa, la location del “boss delle cerimonie”, finito sotto sequestro tra il 1984 e il 1989 perché ritenuto il frutto di attività illecite legate all’organizzazione cutolianea.
Anche il riferimento al festival canoro pare portare al castello prediletto dalle coppie campane che convolano a nozze. È lì infatti che per trent’anni, fino al 2012, si è celebrato un appuntamento fisso con la canzone napoletana, trasmesso pure da RaiUno. I soci della Sonrisa spa - quattro milioni di fatturato nel 2012 per 41mila euro di utile – sono effettivamente tre, come ricorda Cutolo. E, a quanto risulta a “l’Espresso”, a trasformare quel rudere nel castello spagnoleggiante di oggi sarebbe stata la società “Il Castello”, la stessa che gestì la compravendita del maniero di Cutolo a Ottaviano finita sotto inchiesta anni fa.
“L’Espresso” ha provato a parlarne direttamente con don Antonio Polese ma il suo genero, Matteo, direttore della Sonrisa, ci ha risposto che «in questi giorni sta poco bene ed è cardiopatico: meglio evitare». Ce n’è abbastanza per alimentare l’ennesimo mistero intorno alla leggenda del padrino della Nuova camorra organizzata, che custodisce i suoi segreti da trent’anni in isolamento volontario nella cella: non vuole parlare con nessuno, nemmeno per la socializzazione concessa anche nel carcere duro.
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