Il presidente della Repubblica chiede al Parlamento di risolvere l'affollamento delle carceri. Un intervento necessario e voluto anche dall'Europa. Ma che il centrodestra potrebbe sfruttare per il caso del Caimano
Il 22 giugno 1946, dieci
giorni dopo il referendum istituzionale con cui gli italiani avevano
votato per la Repubblica, un soffio, un battito d’ali, lo spazio di un
mattino o di un voltare la pagina di un giornale, un decreto
presidenziale concesse l’amnistia per i colpevoli di reati comuni e
politici, compresi il collaborazionismo o il concorso in omicidio.
Furono cancellati i reati di settemila persone, tra loro fascisti,
delatori, torturatori, cacciatori di ebrei. Il ministro che aveva
firmato il colpo di spugna senza parlarne con nessuno del suo partito,
in quasi totale solitudine come hanno dimostrato gli studiosi, si
chiamava Palmiro Togliatti, il segretario del Partito comunista
italiano. Un capolavoro di realpolitik da parte di un leader che nella
Mosca staliniana degli anni Trenta in altri casi era stato tutt’altro
che clemente. La famosa amnistia Togliatti: il vero atto di nascita
della Repubblica italiana, fondata sulla pacificazione e sulla
rimozione.
Oggi nulla ci avvicina a quell’amnistia di 67 anni fa. Non c’è, per fortuna, un conflitto mondiale alle spalle e neppure, e meno male, una sanguinosa guerra civile: al più un simulacro di scontro fratricida combattuto a parole, nei talk show. L’unica lontana similitudine è che sia un altro iscritto al Pci, uno dei giovani pupilli di Togliatti, il presidente Giorgio Napolitano, a sconvolgere un sonnacchioso pomeriggio parlamentare con un messaggio formale alle Camere in cui indulto e amnistia sono esplicitamente evocate, anzi, richieste a gran voce: «un’inderogabile necessità», scrive il presidente, «da affrontare in tempi stretti». Con una data di scadenza, addirittura: il 28 maggio 2014, data in cui scadrà il termine concesso all’Italia per rimettersi in regola dalla Corte europea per i diritti dell’uomo per risolvere «il malfunzionamento cronico del sistema penitenziario italiano», «il carattere strutturale e sistemico del sovraffollamento carcerario».
Amaro che il Parlamento sia chiamato a intervenire su quella che fin troppe volte è stata giornalisticamente definita emergenza carceri sulla spinta di un richiamo dell’Europa: come sulla finanza pubblica, ecco un nuovo parametro negativo, lo spread che divide l’Italia dal resto del continente, oltre 64mila detenuti rispetto a 47mila posti, un indice di sovraffollamento pari al 147 per cento nel 2011 e del 140 per cento nel 2012, il primato negativo nell’Unione europea. Il presidente Napolitano cita un convegno del 2011 in cui affrontò la questione (organizzato dai radicali), elenca le possibili soluzioni di lungo periodo, dalla previsione di pene non carcerarie all’aumento degli istituti penitenziari, ma poi, alla fine, si appella al Parlamento per la rapida approvazione di «rimedi straordinari»: un indulto o meglio un’amnistia che avrebbero l’effetto di un’immediata riduzione del numero dei detenuti.
Provvedimenti politicamente pesanti. L’ultimo indulto del 2006 costò all’allora governo di centrosinistra presieduto da Romano Prodi il primo calo di popolarità, una violenta campagna stampa e politica orchestrata dalla Lega, l’accusa di lassismo e di convivenza con i criminali in una stagione in cui l’opinione pubblica era sensibilissima al tema della sicurezza. Il partito di Berlusconi, che pure aveva votato per l’indulto, lucrò sul crollo di consensi dell’Unione. L’ultima amnistia è ancora più remota nel tempo, risale al lontano 1990, quando governavano ancora i partiti della Prima Repubblica e c’era ancora la vecchia legge sul finanziamento pubblico. Vennero poi il 1992 e le inchieste Mani Pulite a spazzare via la classe politica che appena due anni prima si era regalata un colpo di spugna. E da allora in poi soltanto parlare di amnistia è diventato impossibile.
Si potrà ora? Ce lo chiede l’Europa, lo vuole Napolitano, così come l’indulto fu votato in ossequio al discorso dello scomparso papa Giovanni Paolo II in Parlamento. E la politica? La politica al solito subisce e già si divide. Per approvare l’indulto e l’amnistia servono i due terzi del Parlamento, sulla carta ci sono. Ma se dietro il sovraffollamento carcerario spuntasse l’eterno caso Berlusconi la pacificazione si trasformerebbe subito nel suo opposto, l’ennesimo casus belli.
Oggi nulla ci avvicina a quell’amnistia di 67 anni fa. Non c’è, per fortuna, un conflitto mondiale alle spalle e neppure, e meno male, una sanguinosa guerra civile: al più un simulacro di scontro fratricida combattuto a parole, nei talk show. L’unica lontana similitudine è che sia un altro iscritto al Pci, uno dei giovani pupilli di Togliatti, il presidente Giorgio Napolitano, a sconvolgere un sonnacchioso pomeriggio parlamentare con un messaggio formale alle Camere in cui indulto e amnistia sono esplicitamente evocate, anzi, richieste a gran voce: «un’inderogabile necessità», scrive il presidente, «da affrontare in tempi stretti». Con una data di scadenza, addirittura: il 28 maggio 2014, data in cui scadrà il termine concesso all’Italia per rimettersi in regola dalla Corte europea per i diritti dell’uomo per risolvere «il malfunzionamento cronico del sistema penitenziario italiano», «il carattere strutturale e sistemico del sovraffollamento carcerario».
Amaro che il Parlamento sia chiamato a intervenire su quella che fin troppe volte è stata giornalisticamente definita emergenza carceri sulla spinta di un richiamo dell’Europa: come sulla finanza pubblica, ecco un nuovo parametro negativo, lo spread che divide l’Italia dal resto del continente, oltre 64mila detenuti rispetto a 47mila posti, un indice di sovraffollamento pari al 147 per cento nel 2011 e del 140 per cento nel 2012, il primato negativo nell’Unione europea. Il presidente Napolitano cita un convegno del 2011 in cui affrontò la questione (organizzato dai radicali), elenca le possibili soluzioni di lungo periodo, dalla previsione di pene non carcerarie all’aumento degli istituti penitenziari, ma poi, alla fine, si appella al Parlamento per la rapida approvazione di «rimedi straordinari»: un indulto o meglio un’amnistia che avrebbero l’effetto di un’immediata riduzione del numero dei detenuti.
Provvedimenti politicamente pesanti. L’ultimo indulto del 2006 costò all’allora governo di centrosinistra presieduto da Romano Prodi il primo calo di popolarità, una violenta campagna stampa e politica orchestrata dalla Lega, l’accusa di lassismo e di convivenza con i criminali in una stagione in cui l’opinione pubblica era sensibilissima al tema della sicurezza. Il partito di Berlusconi, che pure aveva votato per l’indulto, lucrò sul crollo di consensi dell’Unione. L’ultima amnistia è ancora più remota nel tempo, risale al lontano 1990, quando governavano ancora i partiti della Prima Repubblica e c’era ancora la vecchia legge sul finanziamento pubblico. Vennero poi il 1992 e le inchieste Mani Pulite a spazzare via la classe politica che appena due anni prima si era regalata un colpo di spugna. E da allora in poi soltanto parlare di amnistia è diventato impossibile.
Si potrà ora? Ce lo chiede l’Europa, lo vuole Napolitano, così come l’indulto fu votato in ossequio al discorso dello scomparso papa Giovanni Paolo II in Parlamento. E la politica? La politica al solito subisce e già si divide. Per approvare l’indulto e l’amnistia servono i due terzi del Parlamento, sulla carta ci sono. Ma se dietro il sovraffollamento carcerario spuntasse l’eterno caso Berlusconi la pacificazione si trasformerebbe subito nel suo opposto, l’ennesimo casus belli.
Fonte;L'Espresso.it
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