FRONTEX,IL "MURO" SUL MEDITERRANEO MEZZO MILIARDO SPESO E POCHI RISULTATI
Dopo la strage di Lampedusa la
commissione europea vuole rafforzare la frontiera che va dalla Spagna a
Cipro, già costata oltre seicento milioni di euro. Mentre l’Italia
moltiplica e finanzia la cooperazione militare con la Libia in una
giungla di programmi sovrapposti
Una barriera «che coprirà
l’intero Mediterraneo dalla Spagna a Cipro». Il nuovo muro tra Europa e
Africa lo ha annunciato Cecilia Malmstrom, commissario
europeo per gli affari interni. Dopo la strage di Lampedusa tutti hanno
chiesto maggiore impegno a Bruxelles. La risposta è arrivata, si chiama
Frontex ed è sempre uguale dal 2006. Frontiere militarizzate e soldi ai
regimi della riva sud. Eppure molti osservatori notano che l’agenzia per
il controllo delle frontiere finora ha ottenuto poco. Soprattutto in
relazione al mezzo miliardo speso. Mentre l’italiano medio sostiene che
«non possiamo pagare l’accoglienza degli immigrati», dalle nostre tasche
arriveranno i soldi di cinque programmi sovrapposti. Tutti pensati per
addestrare le guardie di frontiera libiche.
I finanziamenti, dopo l’emozione per i morti in mare, saranno incrementati. Entro dicembre arriverà Eurosur,
un programma di sorveglianza delle frontiere da 35 milioni di euro. Il
parlamento europeo lo ha approvato pochi giorni fa a larghissima
maggioranza. «Eviterà tragedie come quelle di Lampedusa», ha detto
Malmstrom. «Aumenterà la capacità dei sistemi repressivi», annota la
Commissione. Due milioni extra andranno all’Italia per prolungare la
missione «Hermes», sempre in ambito Frontex, impegnata da tempo
nell’isola delle Pelagie.
Ma quanto è costato finora tenere chiusa la porta? In sette anni Frontex
ha speso per l’esattezza 601,5 milioni di euro. Il bilancio ufficiale
dell’agenzia rivela un picco di 118 milioni nel 2011 e un budget di 85
per l’anno corrente. Nel 2013, 20 milioni finiranno in spese «relative
allo staff»: stipendi, formazione e servizi. Tra i 10 milioni di altre
spese amministrative spiccano 160mila euro di spese postali e 100mila
come «corporate identity». La «giornata europea delle guardie di
frontiera» costa al contribuente europeo 400mila euro.
Per il pattugliamento aereo, marittimo e terrestre servono 31 milioni
l’anno. Sei finiscono in ricerche e «analisi del rischio». Proprio lo
studio delle rotte migratorie ci dice che il corridoio del Mediterraneo
centrale - quello di Lampedusa - ha visto il passaggio di 10mila persone
solo nel 2012. Ben 43mila migranti passano dalle frontiere orientali,
dimostrando gli scarsi risultati delle frontiere blindate. Molti di loro
sono profughi provenienti per esempio da Afghanistan e Siria e non
possono essere respinti. Frontex si occupa anche di rimpatri forzati.
Nel 2012, le JRO (Joint Return Operations) con la Nigeria sono costati
al nostro Ministero dell’Interno 176mila euro per 193 persone riportate a
Lagos.
Gli obiettivi ufficiali dell’agenzia sono tre: aumentare la sicurezza
interna dell’Unione, ridurre il numero di ingressi non controllati alle
frontiere, abbassare il numero di morti in mare. Spesso le operazioni di
pattugliamento e respingimento si sovrappongono alle attività di
soccorso, suscitando perplessità tra le organizzazioni umanitarie. Anche
le Nazioni Unite hanno espresso riserve sulla compatibilità tra «un
servizio di intelligence» e la difesa dei diritti umani.
La mano di Obama e il fardello italiano
Addestrare migliaia di poliziotti libici in Sicilia e Sardegna.
Riscrivere il codice penale e civile. Formare il personale nordafricano
al controllo delle frontiere. Fornire nuove tecnologie. E per finire un
progetto pilota per disarmare le fazioni ribelli sul «modello
Mozambico». Sono le risposte del governo Letta alla richiesta di Obama
(«Dateci una mano in Libia») formulata nell’ambito del G8 di giugno, in
Irlanda del Nord. L’Italia cerca di riprendere così il suo ruolo dopo la
caduta di Gheddafi. «La Libia è una responsabilità che ci tocca e che
ci dobbiamo prendere», ha detto il viceministro agli Affari Esteri, Lapo Pistelli. Migranti, petrolio e fazioni armate sono i tavoli su cui si gioca la partita.
Oltre un quarto delle reclute libiche verranno addestrate in Italia, ha
confermato il premier Enrico Letta al termine dell’incontro dello scorso
4 luglio col premier Alì Zeidan. L’Italia ha già donato l’abbigliamento
alle forze libiche, ha bonificato i porti da ordigni e relitti. Fornirà
«attrezzature, veicoli e armamento leggero per consentire alle forze di
sicurezza libica di riprendere il loro lavoro». Un centinaio di
istruttori italiani addestreranno i soldati destinati alla protezione di
aree «sensibili» come i siti petroliferi, nell’ambito dell’«Operazione
Cirene» finanziata nel 2013 con 7,5 milioni di euro. L’evoluzione di
questo programma si chiama MIL (Missione militare Italiana in Libia),
con due componenti: una core, cioè un gruppo interforze a carattere
permanente. Un’altra di supporto sulla base delle esigenze del momento
evidenziate dalle Forze armate libiche.
Il reticolo delle nuove azioni italiane si sovrappone ai progetti
europei e a quelli avviati ai tempi di Gheddafi, in genere confermati.
Poco meno di 3 milioni di euro sono stati stanziati pochi giorni fa dal
governo per «garantire la manutenzione ordinaria delle unità navali
della Guardia di Finanza cedute dall’Italia per lo svolgimento di
attività addestrativa della Guardia costiera libica».
Il programma europeo si chiama invece EUBAM Lybia. Si occupa sempre di
assistenza al pattugliamento dei confini, cioè oltre 4mila chilometri a
nord e a sud. L’Italia partecipa con «personale militare in attività di
assistenza, supporto e formazione». Il programma ha un mandato iniziale
di due anni, un budget di 30 milioni di euro l’anno e 165 addetti tra
capo missione, staff internazionale e personale reclutato sul posto.
Alle nostre tasche costerà più di 2 milioni e mezzo di euro.
Il programma «Seahorse» (“cavalluccio marino”), infine, è stato
presentato a Madrid a fine settembre. È l’ennesimo progetto europeo di
controllo delle frontiere per frenare l’immigrazione irregolare tra i
paesi del Mediterraneo. Avviato nel 2006, è stato prorogato dalla
Commissione europea, con il recente ingresso della Libia. Algeria,
Tunisia ed Egitto entreranno nel 2014. Gli obiettivi sono i soliti:
addestramento delle guardie costiere africane, sorveglianza della
frontiera libica, diminuzione della «pressione migratoria».
Pedine nello scacchiere dell’umanità
Negli anni il nostro paese ha firmato accordi di cooperazione
anti-immigrazione con Tunisia, Egitto e Libia. Ovvero con i dittatori
Ben Alì, Mubarak e Gheddafi. Le «primavere arabe» hanno cambiato gli
interlocutori, ma la sostanza sembra immutata. Specie in Libia.
Uno degli obiettivi principali è il ritorno sui mercati del greggio: dai
grandi porti come Marsa al Brega partono già fino a 90mila barili al
giorno. I terminali del paese erano stati chiusi a fine luglio a causa
di una serie di proteste. Intanto il rapimento lampo del premier libico
Zeidan apre nuovi pericolosi scenari. La transizione post-Gheddafi è
segnata dallo scontro tra rivincita e riconciliazione. L’«Alleanza delle
forze nazionali», che sostiene il premier, è piena di personalità già
contigue al regime. Dopo il sequestro del sospetto terrorista di Al
Qaeda e le reazioni conseguenti, 200 marines sono stati spostati nella
base siciliana di Sigonella. Qui i droni sono già attivi e possono
spingersi nel cuore del continente africano.
Poi c’è la partita dei soldi di Gheddafi. Il fondo sovrano Lia (Lybian
Investments Authority) detiene il 2% di Eni, per un valore di mercato di
oltre 400 milioni di euro. Sommati alle azioni di Unicredit (2,01%) e
Finmeccanica (1,25%) si arriva a 1,1 miliardi di euro. Lo scorso 17
marzo un giudice della Corte di appello di Roma aveva accolto la
richiesta del tribunale dell’Aja, secondo cui quei soldi dovrebbero
andare alle vittime del rais. Oggi le azioni Eni sono state
dissequestrate. La questione è aperta.
Il Mediterraneo è diventato un risiko complesso dove gli uomini che
attraversano il mare diventano loro malgrado un elemento del gioco.
«Migranti e rifugiati non sono pedine nello scacchiere dell’umanità»,
disse Papa Francesco alla fine di settembre.
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