lunedì 27 maggio 2013

TRATTATIVA STATO-MAFIA,VIA AL PROCESSO BOSS E POLITICI DAVANTI AI GIUDICI



Si è aperto il dibattito di uno dei casi giudiziari più complessi e contraddittori. Dieci gli imputati: i capimafia Riina, Bagarella, Cinà, gli ex ufficiali del Ros Subranni, Mori e De Donno, il pentito Giovanni Brusca e Massimo Ciancimino. Poi ex politici come Dell'Utri e Nicola Mancino. 


Il pm Di Matteo: "Lo Stato non può nascondere sue responsabilità sotto il tappeto

Mancino: «Io ho sempre combattuto la mafia Non posso stare a processo con i boss»

«Ho fiducia e speranza che venga fatta giustizia e che io esca a più presto dal processo». Lo ha detto l'ex presidente del Senato Nicola Mancino entrando al bunker di Palermo dove oggi inizierá -nel carcere di Pagliarelli - il processo per la trattativa tra Stato e mafia. Bombe, ricatti alle istituzioni, accuse di accordi sotterranei di resa. L'udienza prende il via proprio nel giorno del ventesimo anniversario della strage di via dei Georgofili a Firenze, avvenuta il 27 maggio del 1993 e che fu un altro messaggio di Cosa nostra alla politica. L'ex ministro dell'Interno ha anche aggiunto: ««Io ho sempre combattuto la mafia, non posso stare nello stesso processo in cui c'è la mafia. Chiederemo uno stralcio». E poi ancora: «Io non rappresento lo Stato, sono l'ex ministro dell'Interno. Io rappresento me stesso con una imputazione diversa da quella degli altri imputati. Io sono imputato di falsa testimonianza perchè la mia parola è stata ritenuta inadeguata rispetto a qualche collega che all'epoca era ministro».
GLI IMPUTATI - Alla sbarra c'è proprio lo Stato. Ma anche Cosa nostra. Sono dieci gli imputati: i capimafia Totò Riina, Leoluca Bagarella, Antonino Ciná, ma anche l'ex senatore Marcello Dell'Utri, l'ex Presidente del Senato Nicola Mancino, gli ex vertici del Ros Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, il pentito di mafia Giovanni Brusca e il collaborante Massimo Ciancimino. Quest'ultimo è accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e calunnia all'ex capo della polizia Gianni De Gennaro, mentre Mancino, deve rispondere di falsa testimonianza.
LE POSIZIONI STRALCIATE - Per tutti gli altri otto imputati il capo d'accusa è di violenza o minaccia a Corpo politico dello Stato. Due posizioni sono state stralciate. Si tratta dell'ex ministro Calogero Mannino e del boss Bernardo Provenzano. Il primo ha scelto il rito abbreviato mentre il capomafia, a causa delle sue condizioni di salute, viene giudicato in un processo parallelo davanti al gup Piergiorgio Morosini.
I TESTIMONI - Sono complessivamene 178 i testimoni citati dalla Procura, tra i quali il Capo dello Stato Giorgio Napolitano e il Presidente del Senato Piero Grasso. Mentre l'associazione Libera ha giá fatto sapere che chiederá di costituirsi parte civile. L'accusa è sostenuta dal procuratore aggiunto Vittorio Teresi e i pm Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene. In un primo momento c'era anche Antonio Ingroia, poi partito per il Guatemala.
LE ACCUSE - Secondo i magistrati che rappresentano l'accusa del processo, la trattativa tra pezzi dello Stato e i vertici di Cosa nostra sarebbe iniziata nella primavera del 1992, cioè subito dopo l'omicidio dell'eurodeputato Dc Salvo Lima e sarebbe proseguito almeno fino al 1994, il giorno del fallito attentato allo Stadio Olimpico di Roma dove Cosa nostra voleva uccidere centinaia di Carabinieri. A prendere i primi contatti con esponenti della mafia corleonese sarebbero stati, appunto all'inizio del 1992, l'allora colonnello del Ros Mario Mori e dall'allora capitano Giuseppe De Donno, che chiesero di vedere Vito Ciancimino, l'ex sindaco mafioso di Palermo, che aveva contatti con Totò Riina e Bernardo Provenzano.
LE TELEFONATE - Al centro del processo le telefonate tra l'ex consigliere giuridico del Capo dello Stato Giorgio Napolitano, Loris D'Ambrosio, morto la scorsa estate, e l'ex Presidente del Senato Nicola Mancino. Colloqui telefonici iniziati il 25 novembre del 2011 e proseguiti fino al 5 aprile del 2012, e tutte intercettate dalla Procura di Palermo.

Fonte;Repubblica.it,Corriere.it

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